L’evoluzione dei kata: ambiguità tecniche e confusione

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Evoluzione dei kata

di Patrick McCarthy
traduzione di Marco Forti

I kata, individuati in varie culture con nomi differenti, riuniscono esercizi di combattimento unici in sequenze a solo basate su schemi creativi. I modelli individuali che costituiscono i kata sono spesso brevi sequenze che in origine (al contrario di quanto accade con le pratiche odierne che considerano tali sequenze immodificabili come fossero scolpite nella roccia) erano focalizzate sui principi di combattimento e non erano necessariamente fisse. Il loro scopo originario era infatti quello di culminare lo studio di quanto già appreso attraverso la pratica a due persone, piuttosto che costituirne il punto di partenza come accade nel karate moderno.

Attraverso la pratica dei kata si affinava la capacità di utilizzare i principi del combattimento senza dipendere unicamente da tecniche prefissate, dato che l’assunto di base è che un attaccante è raramente prevedibile, MAI accondiscendente e soprattutto brutalmente aggressivo nel suo assalto.
I principi venivano quindi studiati, praticati e assimilati grazie ad esercizi finalizzati alla riproduzione di scenari aggressivi a due persone. Ovviamente tali pratiche venivano introdotte con gradualità e usando solo resistenza passiva fino al momento in cui l’allievo acquisiva familiarità con i diversi scenari e fiducia nel processo applicativo. La successiva introduzione della resistenza aggressiva, da graduale a esponenziale, nell’allenamento diventava infine il fattore determinante per testare l’efficacia delle abilità applicative acquisite.

Sfruttare movimenti fluidi e cambi imprevedibili nel corso di aggressioni violente e brutali e, al contempo, sviluppare la capacità di rimanere calmi durante un’aggressione, erano abilità necessarie a facilitare il controllo e la sottomissione dell’attaccante.

Per quanto sopra esposto, le pratiche a due persone rappresentavano il nucleo centrale e insostituibile in ogni arte finalizzata al combattimento funzionale prima dello sviluppo delle cosiddette controparti moderne. Dal punto di vista pedagogico è ampiamente riconosciuto che focalizzarsi su un principio alla volta è molto più efficace per l’allievo che cercare di assorbire un intero kata, senza peraltro comprenderne il processo e le pratiche applicative concettuali.

La magia creativa, se così vogliamo definirla, si scopre in seguito quando ci si rende conto che collegando i diversi schemi basati sui modelli di combattimento per formare sequenze a solo, si ottiene qualcosa di più grande della somma delle singole parti  … il kata!

Fu in Giappone, durante il periodo di rapida escalation militare nei primi decenni del secolo scorso, che per la prima volta affiorarono ambiguità tecniche, confusione e mancanza di funzionalità.
Gli esercizi a due persone erano infatti stati abbandonati poco dopo la fine del periodo del Regno delle Ryukyu e le sequenze a solo sopravvissute erano state, per la maggior parte, pesantemente modificate con lo scopo esplicito di essere incorporate nel sistema scolastico giapponese e utilizzate come meri esercizi di preparazione fisica per formare i futuri coscritti militari.

In nessun altro luogo e in nessun altro momento che in Giappone, durante quel periodo di conformismo culturale terribilmente inflessibile, questa evoluzione avrebbe danneggiato così profondamente l’arte di combattimento altamente funzionale delle origini.

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