Shime waza – tecniche di strangolamento e soffocamento

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shime waza

La capacità di portare un aggressore in stato di incoscienza interrompendo il flusso di aria ai polmoni o limitando l’afflusso di sangue al cervello è un’abilità di grande valore nella difesa personale.

Il curriculum del Koryu Uchinadi contiene 36 tecniche di strangolamento e soffocamento tratte dallo studio dei kata classici, integrate per fini didattici in uno straordinario esercizio a due persone chiamato Shime-waza futari-geiko.

La pratica delle tecniche di strangolamento e soffocamento non può prescindere dalla conoscenza approfondita delle implicazioni mediche e delle relative tecniche di rianimazione.

Le tecniche di strangolamento agiscono prevalentemente sul cosiddetto triangolo carotideo (per chi conosce la MTC il triangolo carotideo coincide di massima con l’area delimitata dai punti stomaco 5stomaco 9triplice riscaldatore 17).

Questa zona contiene strutture fondamentali alla sopravvivenza ed al corretto funzionamento delle funzioni cerebrali e corporee generali quali il nervo vago, le arterie carotidi, le vene giugulari ed il plesso nervoso noto come seno carotideo (il seno carotideo è un barorecettore, in pratica “informa” il cervello in merito a variazioni della pressione).

La compressione esercitata sulle strutture nervose può provocare, specialmente in individui predisposti, turbe del ritmo cardiaco quali bradicardia e ipotensione (stimolazione del seno carotideo) o tachicardia e ipertensione (nervo vago) più o meno intense. È una zona vulnerabile perché a protezione delle strutture anatomiche contenute nel triangolo carotideo vi è un muscolo estremamente sottile (il platisma) a sua volta coperto da un sottile strato di cute e grasso sottocutaneo.

Basta poca pressione (ca. 300 mmHg) per causare lo svenimento in un maschio adulto, e questa pressione può facilmente essere esercitata anche da una donna su un uomo che sia il doppio della sua taglia.

Secondo lo studio pubblicato dalla Society for Scientific Study in Judo del Kodokan, lo stato di incoscienza conseguente uno strangolamento prolungato è conseguenza di una temporanea condizione ipossica della corteccia cerebrale: applicando uno strangolamento sul triangolo carotideo si ottiene la temporanea occlusione della vena giugulare e della arteria carotidea, con conseguente riduzione del flusso sanguigno cerebrale, mentre l’arteria vertebrale non viene occlusa, non essendo interessata direttamente dalla compressione.

L’ostruzione venosa gioca un ruolo fondamentale nella perdita di coscienza, in quanto l’ostruzione completa dello scarico venoso crea un ostacolo a monte ed un sovraccarico di portata del circolo cerebrale con conseguente ipossia da deficit indiretto di irrorazione arteriosa.
Se la pressione viene prontamente rilasciata la situazione è, come già scritto, normalmente reversibile senza danni.

Si parla invece di soffocamento quando ad essere occluse sono le vie respiratorie principali (laringe/trachea).

È importante tener presente che, per ostruire le vie respiratorie occorre esercitare una pressione circa 6 volte superiore a quella necessaria ad occludere un’arteria, pressione a sua volta superiore a quella necessaria ad occludere una vena principale del collo.
La maggior pressione richiesta impone al praticante una maggior cautela in quanto un eccesso di forza può causare, nelle tecniche di soffocamento, traumi severi alle strutture anatomiche (rottura tracheale, frattura dell’osso ioide, ecc..). Inoltre per provocare soffocamento la pressione deve essere mantenuta molto più a lungo (anche 2 minuti contro i 6-10 secondi richiesti in caso di strangolamento sanguigno).

L’asfissia indotta dalla compressione/ostruzione completa delle vie respiratorie (trachea, laringe, ma anche del naso e della bocca) può condurre all’interruzione totale di ossigenazione cerebrale e, di conseguenza, a danni irreversibili da anossia che, in mancanza di adeguata assistenza sanitaria, possono portare alla morte.

Quanto scritto evidenzia la potenziale maggior pericolosità delle tecniche di soffocamento rispetto a quelle di strangolamento.

Poiché l’incolumità dei compagni di pratica deve essere la nostra prima preoccupazione, per allenare queste tecniche in modo sicuro è fondamentale acquisire:

  • una sufficiente familiarità con le strutture anatomiche del collo e su come e dove la pressione debba essere esercitata negli strangolamenti (triangolo carotideo) e nei soffocamenti, evitando eccessi nella compressione di trachea e laringe;
  • l’abitudine, da parte di chi subisce la tecnica, di segnalare con il battito della mano (meglio direttamente sul braccio o sul corpo del compagno che sta applicando la tecnica) la situazione di disagio senza aspettare troppo a lungo;
  • l’abitudine a riconoscere i sintomi della perdita di coscienza, e conseguentemente a rilasciare immediatamente la pressione esercitata qualora il compagno di pratica perda i sensi;
  • la consapevolezza che l’occlusione dell’arteria carotide e della vena giugulare può indurre perdita di coscienza dopo circa 6-10 secondi. Se lo strangolamento viene lasciato tempestivamente dopo la perdita dei sensi si ha un generale ripristino della normale condizione di coscienza dopo circa 10-20 secondi, senza che vi sia alcuna conseguenza.
  • l’accortezza di prevenire, in caso di perdita di conoscenza, l’aspirazione involontaria di vomito ed altri liquidi biologici non posizionando MAI il soggetto in posizione prona (a faccia in giù) bensì in posizione laterale;
  • tempestività nel richiedere assistenza sanitaria specializzata quando necessario (qualora lo stato di incoscienza si prolunghi oltre i 20-25 secondi).
 

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