Sfatiamo un altro mito

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Sfatiamo un altro mito

di Patrick McCarthy
Traduzione di Marco Forti

L’uso di applicare alcuni prefissi al termine “Te/Di” [手], nella fattispecie Shuri, Naha e Tomari, risale alla fine del 1926 per identificare i luoghi in cui Mabuni, Miyagi e Kyan praticavano ed insegnavano 手 [cioè Toudi-jutsu Kenpo/唐手術拳法].

Nello specifico vennero creati da un comitato che aveva l’incarico di organizzare una dimostrazione di Toudi [唐手/lett. “mano cinese”] in occasione della visita di Jigoro Kano ad Okinawa, nel gennaio del 1927.

Il fondatore del Judo avrebbe tenuto un discorso su judo ed educazione in occasione dell’inaugurazione del primo “Judo Yudansha Shinko Kai” dell’isola.
Aristocratico, legato politicamente al governo nazionale e al comitato Olimpico, Kano era considerato l’educatore della nazione e la sua visita nella piccola isola era considerata un grande onore. Un comitato piuttosto conservatore, organizzato dal locale Consiglio dell’Educazione, compì considerevoli sforzi e attenta pianificazione nell’organizzare la visita.

L’idea di utilizzare un prefisso [quale 唐 pronunciato Kara/Tou-], che identificava la Cina quale origine della pratica, specialmente durante quel periodo caratterizzato da forte nazionalismo, sentimento anti-cinese e radicale acutizzazione militare, non sarebbe stato di buon gusto e, di certo, avrebbe fomentato ostilità tra le opposte forze politiche.

Si concordò quindi sulla scelta di utilizzare il nome delle aree geografiche locali nelle quali i principali esecutori prescelti per la dimostrazione insegnavano e praticavano. Quei termini vennero inseriti nel programma ufficiale della manifestazione, diventando da quel momento di uso comune.

Da questo episodio nacquero i termini Shuri-te, Naha-te e Tomari-te.

Patrick McCarthy

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