La natura dei kata

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Hanshi Patrick McCarthy

di Patrick McCarthy
traduzione di Marco Forti

Ho passato anni ad interrogarmi sulla natura astratta dei Kata in un periodo in cui pochi se ne preoccupavano e tantomeno si rendevano conto di quale fosse la loro reale funzione.
Deluso dal fatto che ci fossero così poche informazioni attendibili sull’argomento mi trovai costretto ad avventurarmi al di fuori dei confini del mio stile per cercare una conoscenza più ampia. Questo desiderio di migliorare la mia comprensione dei Kata aprì le porte a diverse opportunità di apprendimento.
Dapprima competizioni, poi lunghi viaggi e la scelta delle arti da combattimento come carriera professionale mi consentirono di immergermi completamente nel continuo studio e nella pratica. Fare cross-training in diverse arti da combattimento mi consentì da un lato di apprezzare altre tradizioni, dall’altro di aprire gli occhi su culture differenti e sui limiti del mio stile. Il venire accettato come allievo da Richard Kim mi consentì di raggiungere un equilibrio tra allenamento fisico, studio teorico e pratiche introspettive.
Diventai membro della JMAS [Japan Martial Arts Society – organizzazione creata da Donn F. Draeger] alla metà degli anni 80 e grazie a questa opportunità approfondii le antiche discipline giapponesi e compresi meglio il ruolo che la cultura giapponese ebbe nell’influenzare la crescita e la direzione delle arti da combattimento. Rimanere in contatto con altri ricercatori nel corso degli anni mi aiutò a pensare fuori dagli schemi ed aprì nuovi ed importanti orizzonti di studio.
I viaggi in Giappone, Cina e nel Sud-Est Asiatico, le ricerche, le traduzioni, gli scritti e l’impegno nello sviluppo di un programma di istruzione per insegnanti di arti marziali a livello parauniversitario giocarono sinergicamente un ruolo importante nella mia evoluzione e nella mia comprensione dei Kata.
Se oggi ripenso al passato, mi sembra impossibile che sia servito così tanto tempo per capire quello che ora mi appare così ovvio ed evidente. Tuttavia la verità è che mi ci vollero davvero molti anni!
Credo che buona parte del problema che mi limitava e che continua a limitare molti altri, dipenda dall’ambiente delle arti marziali giapponesi, caratterizzato da una tradizione inflessibile, dalla mancanza di pensiero critico e da diffusi malintesi aggravati dall’assenza di critiche costruttive.
Questi fraintendimenti riguardo ai kata, diffusi ed accresciuti nel tempo, non sono mai stati messi in discussione e, anzi, si sono trasformati in “verità indiscutibili” tramandate ai nostri insegnanti dai loro maestri e, a loro, dalle precedenti generazioni costituite dagli allievi giapponesi dei pionieri okinawensi.
A consolidare la cultura inflessibile dalla quale proviene il karate contribuisce l’ideale confuciano che impedisce di fare domande alle autorità. Questo, insieme alla diffusa mentalità secondo cui “nessuno può essere meglio del maestro”, ci aiuta meglio a comprendere come la mancanza di informazioni scritte, la presenza di miti indiscussi e la prevalente ingenuità abbiano contribuito collettivamente a diffondere disinformazione, equivoci e malintesi.
È difficile oggi determinare quanto i pionieri del quanfa conoscessero riguardo alla scienza, alla meccanica, alle formule matematiche e alla pedagogia. Ci sono così pochi documenti storici attendibili che ne parlano. Credo comunque che alcune cose possano essere percepite e comprese a livello intuitivo esattamente come accade a predatori e prede nel regno animale e poiché le arti da combattimento cinesi hanno una lunga storia e sono state tramandate attraverso l’esperienza personale (e talvolta empirica) ad allievi che spesso avevano una scarsa educazione formale, dubito seriamente che molti di loro fossero in grado di comprendere profonde dissertazioni accademiche, né che ne avessero bisogno. Verosimilmente furono queste circostanze storiche a giustificare l’assenza di documentazione scritta.
Dotato di un’accettabile comprensione della natura astratta dei Kata ed avendo accettato un’importante posizione di docenza (la creazione del primo programma di livello parauniversitario per l’ottenimento del diploma di insegnante di arti marziali) in forza della quale sarei stato responsabile di insegnare (tra le altre cose) la loro funzione ad una platea esigente formata da studiosi e non “contenuta” dal tradizionale formalismo e dall’etichetta, questa mancanza di documentazione mi suggerì che fosse arrivato il momento di formalizzare la mia esperienza.
Vi risparmio i dettagli imbarazzanti che sono seguiti al momento in cui venni assunto dal College per redigere il programma e i racconti delle volte in cui stavo per mollare tutto abbattuto dalla frustrazione nel tentativo di trovare un metodo efficace attraverso il quale trasmettere questa esperienza così unica ad una platea formata da esperti provenienti da diversi stili e interessati al corso di accreditamento. Solo grazie all’aiuto del professor Clem West, decano dell’Australian College of Natural Medicine, fui in grado di redigere il programma a partire dai risultati che desideravo ottenere.

Padroneggiare i Kata richiede innanzitutto la comprensione della loro natura astratta e del perché divennero una pratica così ambigua. È semplicemente impossibile risolverne l’ambiguità con lo stesso modo di pensare che l’ha determinata.

La pratica regolamentata basata sull’ippon kumite [一本組手] contro attacchi standardizzati in scenari semplicemente inverosimili non rappresenta certo l’applicazione pratica e funzionale e non serve minimamente ad avvicinarci alla comprensione dei Kata.

Sin dal 1985, dopo circa vent’anni di allenamento nelle arti da combattimento tradizionali, mi sentivo terribilmente frustrato dalle pratiche regolamentate, dall’ambiguità culturale e dall’atteggiamento mentale inflessibile. Non era certo perché non mi piacessero le arti da combattimento tradizionali o perché desiderassi smettere di praticare rituali ortodossi, piuttosto era perché non potevo più digerire le interpretazioni comunemente accettate delle applicazioni dei Kata, indipendentemente da quanto fossero protette e tramandate in maniera quasi religiosa.
Di conseguenza iniziai a cercare un insegnante, uno stile oppure un’organizzazione che mi potesse insegnare le applicazioni pratiche originali e funzionali dei Kata in modo razionale, coerente e sistematizzato. Nello specifico stavo cercando qualcuno che potesse:

  1. usare atti realistici di violenza fisica (al posto degli scenari inverosimili ma comunemente accettati basati su attacchi standardizzati e irrealistici eseguiti da attaccanti compiacenti) come premesse contestuali contro le quali applicare le tecniche del karate. Sapevo che questo esemplificava la vera natura della violenza fisica e desideravo poter ottenere una migliore comprensione dell’arte originaria.
  2. insegnare modelli difensivi prestabiliti ma pratici/funzionali attraverso i quali poter ricreare e negoziare efficacemente gli atti abituali di violenza fisica originari.
  3. rivelare come tali modelli prestabiliti [vale a dire i rituali mnemonici che compongono le sequenze classiche coreografate] non solo culminino le lezioni già impartite ma, quando uniti, offrano chiaramente qualcosa di più grande della somma totale delle singole parti che li compongono.
  4. identificare chiaramente e dimostrare dove si trovano questi schemi mnemonici all’interno delle sequenze a base classica coreografate [trasmesse dalle arti marziali tradizionali] e come possono essere ricollegati agli atti abituali di violenza fisica.

Per quanto non ci fosse certo penuria di praticanti e maestri eccellenti, non trovai traccia di questi insegnamenti né in Giappone né ad Okinawa! Insoddisfatto, iniziai ad allenarmi in diverse discipline. Il cross-training aprì molte porte alle opportunità e nel contempo mi offrì valide intuizioni, sia in riferimento all’allenamento che alla vita stessa, che non avevo realizzato in precedenza. Basandomi su questa esperienza mi sentii ancor più determinato a trarre le mie deduzioni che sfociarono nella definizione della Teoria degli Atti Abituali di Violenza Fisica [nota anche come Teoria HAPV dall’acronimo dell’inglese Habitual Acts of Physical Violence, n.d.t.] e nello sviluppo di specifici esercizi a due persone. Questi studi mi consentirono di riportare in vita pratiche dimenticate, riscoprendo l’essenza degli insegnamenti degli antichi maestri e, infine, di porre le basi per lo sviluppo del Koryu Uchinadi Kenpo-jutsu, il cui nome mi venne suggerito dal mio maestro okinawense Kinjo Hiroshi.

Padroneggiare i Kata
È sempre stato il corpo umano con le sue funzioni uniche combinate alle relative vulnerabilità anatomiche a fornire le basi sulle quali le pratiche applicative funzionali vennero originariamente sviluppate. Per quanto quella appena esposta sia una “formula” realmente semplice da capire questa verità resta ancora un mistero per molti adepti della nostra tradizione.
Comprendere le funzioni anatomiche di base consente di riconoscere come i principi della meccanica comune governino il movimento umano e come tutte le forme di combattimento disarmante (uno contro uno in ambito civile) possano essere ridotte all’impatto percussivo o al corpo a corpo oppure a combinazioni di tali metodi. Questa conoscenza fornisce inoltre la base per identificare le vulnerabilità anatomiche, altro anello vitale di quella catena che è l’autodifesa efficace.

Applicazioni pratiche originarie
Gli atti abituali di violenza fisica (HAPV) forniscono le premesse contestuali realistiche sulla base delle quali i pionieri dell’arte svilupparono tecniche da combattimento per contrastare, controllare o sottomettere un aggressore. Testate contro diversi gradi di resistenza aggressiva, le tecniche di combattimento e le applicazioni pratiche funzionali di autodifesa furono forgiate in specifici esercizi a due persone. Rifinendo le loro pratiche organizzarono un sistema di apprendimento. Tali pratiche includevano: 1. assestare e ricevere tecniche ad impatto percussivo; 2. attaccare obbiettivi anatomicamente vulnerabili; 3. gestire il corpo a corpo in posizione eretta; 4. manipolare le articolazioni, sensibilizzare punti vulnerabili ed intrappolare gli arti; 5. soffocare e strangolare (interrompere il flusso d’aria o di sangue); 6. sbilanciare e proiettare, 7. lottare a terra sottomettere; 8. uscire da prese e contrattaccare.

Nascita dei kata
L’idea di creare i kata (vale a dire riprodurre a solo le pratiche di combattimento e le applicazioni di autodifesa) nacque dall’esigenza di allenare queste abilità senza l’ausilio di un partner. Collegando geometricamente più modelli difensivi i pionieri riuscirono a creare qualcosa di più grande delle singole parti componenti. Il Kata divenne un’espressione unica e creativa attraverso la quale non solo impartire o culminare una lezione ma anche esprimere la prestanza individuale rafforzando il condizionamento generale, mentale, fisico ed olistico.

Dubbi
Ci sono ragioni perfettamente plausibili per le quali i praticanti di arti da combattimento tradizionali/classiche abbiano messo in dubbio l’efficacia funzionale dei Kata e francamente non posso criticarli. In breve, buona parte dello scontento deriva dal modo esageratamente ritualizzato attraverso il quale sono stati tramandati i kata nelle tradizioni moderne nonché dalle pratiche incongrue normalmente associate alle relative applicazioni. Insieme ad altre difficoltà, negli anni questa questione ha contribuito a far nascere, crescere e popolarizzare un ampio eclettismo basato sul cross-training estensivo in diverse discipline da combattimento tanto che se osserviamo la miriade di “nuovi stili” che prevalgono oggi possiamo dire che il cross-training e l’eclettismo sono diventati essi stessi “una tradizione”.

I “rievocatori” del karate
Come tradizionalista (progressista) preoccupato di mantenere viva la fiamma dell’eredità del passato, se da un lato ne rispetto i pionieri e rendo omaggio alla cultura dalla quale deriva, dall’altro sono preoccupato dalla mentalità prevalente all’interno dell’interpretazione contemporanea del karate. Chiamo affettuosamente questa gente “i rievocatori”.
Senza voler mancare di rispetto ai movimenti di rievocazione storica medievale (che sono noti per ricostruire meticolosamente la via dei guerrieri medioevali europei con l’esattezza dei costumi, del linguaggio e delle relative maniere per ogni periodo storico corrispondente) voglio solo sottolineare che i rievocatori non sono conosciuti per la funzionalità pratica nel combattimento reale quanto per la cura con cui ne rievocano le tecniche.
Per quanto ci siano sicuramente eccezioni alla regola, quel che si fa nel mondo del karate moderno è rievocare piuttosto che ricercare l’efficacia. Il moderno karate tradizionale, con le sue pratiche regolamentate e la suddivisione in miriadi di stili, vede i suoi adepti più preoccupati da questioni di lignaggio, “versioni originali”, “perfezionamento del carattere” e dalla divinizzare i loro maestri orientali più di quanto siano preoccupati dell’efficacia reale, della competenza e dell’uso del pensiero critico per comprendere meglio ed abbracciare la vera essenza ed il valore funzionale di quel meraviglioso meccanismo che è il kata.

Mantenere viva la fiamma
Parlando ai “convertiti”, questi commenti suonano come un’affermazione dell’ovvio.
Tuttavia ai cosiddetti tradizionalisti, chiusi nei loro schemi dalla mentalità ristretta e non iniziati, queste parole suonano terribilmente provocatorie e vengono percepite come irrispettose e foriere di opinioni contrastanti.
Ritengo tuttavia che il modo di pensare esposto in questo articolo sia molto più in linea con l’approccio originario e con le intenzioni e gli insegnamenti dei pionieri di quanto lo sia la mentalità conformista che è alla base del karate moderno. In conclusione “tradizione non significa conservare le ceneri ma mantenere viva la fiamma“.

Patrick McCarthy

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